
Giovanni Chiaramonte, la luce diventa fotografia: a Milano la mostra Alight
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La luce come soggetto, materia e origine dell'immagine. È questo il filo conduttore di “Alight”, la mostra monografica che Viasaterna dedica a Giovanni Chiaramonte (Varese 1948 – Milano 2023), a cura di Luca Fiore in collaborazione con gli Archivi Giovanni Chiaramonte.
L'esposizione riunisce 75 opere fotografiche, tra alcune delle immagini più note dell'artista e fotografie inedite, ripercorrendo una ricerca nella quale il rapporto tra luce e ombra attraversa decenni di lavoro. “Alight” rappresenta inoltre il primo di una serie di progetti dedicati alla valorizzazione dell'intero lascito artistico di Chiaramonte.
Tra i nuclei più significativi della mostra c'è “La Creazione/Neon”, la sequenza del 1975 presentata alla Galleria d'Arte Moderna di Modena e ora esposta per la prima volta nella sua completezza. Chiaramonte aveva fotografato con un teleobiettivo dettagli di insegne al neon colorate, calibrando l'esposizione sulla luce dei neon in modo da trasformare lo sfondo in un nero assoluto e isolare le figure.
Giovanni Chiaramonte, Via Dolorosa, Gerusalemme, 1988, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy ViasaternaLe immagini erano state originariamente stampate in Cibachrome da diapositiva 35mm. Nel 2016 Chiaramonte, insieme allo stampatore Mario Govino, aveva ripreso le diapositive originali per digitalizzarle e realizzare nuove stampe a getto d'inchiostro. Un procedimento che, secondo l'artista, permetteva di ottenere una maggiore gradazione nelle ombre e un contrasto più controllabile, avvicinandosi maggiormente al suo intento originario. È questa versione integrale della serie a essere presentata in mostra.
Il riferimento alla Creazione biblica non è casuale. La luce, intesa come metafora del principio creatore, è infatti alla base della cultura occidentale e nei primi versetti della Genesi rappresenta la prima cosa che Dio chiama all'esistenza. Chiaramonte traduce questo fondamento in immagini proprio negli anni Settanta, in una fase nella quale la fotografia, anche alla luce delle esperienze dell'arte concettuale, metteva in discussione la propria tradizionale funzione rappresentativa.
La sua ricerca si sviluppa attraverso incontri e confronti con figure come Paolo Monti, Luigi Ghirri e Arturo Carlo Quintavalle, oltre che con Adriano Altamira, Gianfranco Pardi, Emilio Tadini e Giuseppe Panza di Biumo e con gli artisti presenti nella sua collezione, tra cui Robert Ryman e Dan Flavin.
Giovanni Chiaramonte, Geraci Siculo, 1997, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy ViasaternaEd è proprio Dan Flavin a creare un ponte tra la prima stagione di “La Creazione/Neon” e una delle sezioni finali di “Alight”. Nel 2001 Chiaramonte realizza infatti “Di-Stanze”, una sequenza di tredici fotografie dedicata a Villa Panza di Varese e alla collezione che ospita, esposta l'anno successivo alla Galleria San Fedele di Milano.
Non si tratta di una semplice documentazione della villa. Chiaramonte utilizza la macchina fotografica come strumento critico, confrontandosi con l'architettura, il parco e le opere concepite per quegli ambienti, in particolare quelle di Flavin.
Durante la visita alle scuderie, il fotografo nota alcuni piccoli fori nelle pareti delle stanze dedicate alle opere di Flavin. Alla domanda sul loro significato, Giuseppe Panza risponde scherzando che, se qualcuno si fosse sentito oppresso da quello spazio, avrebbe potuto andare lì a guardare fuori. Chiaramonte decide però di verificare personalmente e scopre che le finestre verso l'esterno sono state oscurate con degli specchi.
Giovanni Chiaramonte, La Creazione - Neon, 1975-2016, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy ViasaternaDa qui nasce una delle intuizioni centrali di “Di-Stanze”: quelle stanze, con la loro unica apertura puntiforme, possono essere lette come vere e proprie camere oscure. Chiaramonte chiede che i neon vengano spenti e, nel buio, sulla parete opposta al foro stenopeico, appare l'immagine capovolta del paesaggio esterno alla villa.
Luce, foro stenopeico, proiezione, immagine: la genealogia stessa della fotografia viene così ritrovata all'interno di un'installazione minimalista. Il percorso centrale di “Alight” riunisce invece immagini realizzate tra il 1980 e l'inizio degli anni Duemila, provenienti dalla serie in parte inedita “Paesaggio italiano” e dai volumi Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards e Dolce è la luce.
Chiaramonte ha spesso accostato il proprio uso della luce a quello di Andrej Tarkovskij, che riprendeva la concezione bizantina dello splendore divino. A questa visione il fotografo aggiunge una sensibilità cristiana occidentale, capace di tenere insieme la luce assoluta e le ombre che essa produce: due aspetti complementari della vita quotidiana e della fotografia.
Giovanni Chiaramonte, Milano, 1982, stampa c-print, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy ViasaternaLe opere sono presentate attraverso dittici e trittici, seguendo alcuni temi ricorrenti nella produzione dell'artista e nella stessa storia della fotografia. Tra questi, l'ombra proiettata da un albero o da un'architettura e il raggio luminoso che attraversa l'oscurità.
Particolarmente significativa è la fotografia realizzata all'interno dell'orco del Parco dei Mostri di Bomarzo. Chiaramonte si colloca dentro il buio della grande scultura, da cui la luce arriva soltanto dall'esterno. È, nella lettura del curatore Luca Fiore, il momento in cui ci si volta e si vede per la prima volta l'ingresso della caverna di Platone. L'immagine è accostata a un autoritratto inedito nel quale Chiaramonte fotografa la propria ombra.
“L'accostamento con l'autoritratto inedito, in cui Chiaramonte fotografa la propria ombra», spiega Luca Fiore, «rivela la sua posizione umana e artistica: il fotografo agisce nell'ombra e vede le forme del mondo delinearsi come proiezioni della luce, o come illuminazioni improvvise della Grazia”. Per Fiore, la fotografia realizzata a Bomarzo rappresenta «un manifesto di poetica dell'artista», posto sulla soglia della scoperta della realtà del mondo attraverso l'azione della luce, “un'azione misteriosa, capace di velare e svelare allo stesso tempo”.
Nella sezione dedicata a “Di-Stanze” tornano gli stessi temi nelle immagini degli ambienti di Robert Irwin e James Turrell, mentre particolarmente evidente è il confronto con la fotografia del taglio di luce della Varese Room (1976) di Maria Nordman. Una sottile lama luminosa apre il buio dell'ambiente e richiama quella stessa linea di luce che apriva “La Creazione”, la prima immagine della sequenza del 1975.
Giovanni Chiaramonte, una ricerca tra fotografia, luogo e destino
Nato nel 1948 a Varese da genitori di Gela, Giovanni Chiaramonte inizia a fotografare alla fine degli anni Sessanta, lavorando sulla ripresa della forma figurativa dopo la grande stagione astratta e informale e confrontandosi con alcune tendenze della Pop-Art e dell'Arte Concettuale. La sua fotografia nasce nella tradizione teologica ed estetica di H.U. von Balthasar e della Chiesa d'Oriente, incontrata attraverso P. Evdokimov, O. Clément e A. Tarkovskij. Il tema principale della sua ricerca è il rapporto tra luogo e destino nella civiltà occidentale.
Nel corso della carriera espone in importanti istituzioni nazionali e internazionali, tra cui Biennale di Venezia, Triennale di Milano, Deutsches Architekturmuseum di Francoforte, Hunter College di New York, Villa Necchi Campiglio, Museo Diocesano di Milano, Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia, Castel Ursino di Catania e Camera di Torino. Nel 2024, a un anno dalla scomparsa, il Museo Diocesano di Milano gli dedica la mostra Realismo infinito.
Per la ventennale collaborazione con riviste come Lotus, Domus, Casabella e Abitare e con istituzioni nazionali e internazionali quali IBA Berlino, Triennale Milano, Biennale Venezia e CCA Montréal, nel 2005 l'Università di Palermo gli conferisce la Laurea honoris causa in Architettura. Nel 2006 riceve dal professor Italo Zannier il Premio Friuli-Venezia Giulia per la Fotografia. Nel 2010 è presente all'Expo di Shanghai con Nascosto in prospettiva. Ha inoltre insegnato Storia e Teoria della Fotografia allo IULM di Milano, alla Facoltà di Architettura di Palermo e al Master di “Forma” a Milano.
Con “Alight”, la ricerca di Chiaramonte torna così a interrogare il rapporto originario tra fotografia e luce, attraversando quasi mezzo secolo di immagini e mettendo in dialogo il paesaggio, l'architettura, l'arte e la dimensione spirituale della visione.
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