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Il potere del ritratto. Egitto e Roma. I volti del Fayum

venerdì 6 novembre 2026Orario di inizio non comunicato
Museo dell'Ara PacisIndicazioni
EUR 1Biglietti venduti da 060608.comune.roma.it

Un affascinante confronto tra antiche maschere e ritratti provenienti da El Fayum e altre regioni dell’Egitto

Attraverso oltre 110 opere tra tavole, sudari, maschere funerarie, marmi, calchi in gesso e oreficerie antiche, l'esposizione racconta una delle più affascinanti espressioni artistiche dell'antichità. I ritratti del Fayum sono tra le immagini dipinte più celebri dell’antichità e più rare nei Musei italiani: se ne conservano poco meno di mille in tutto il mondo, tavole di legno spesse pochi millimetri, dipinte a tempera o con la tecnica dell’encausto su una preparazione di cera calda, e collocate sul viso del defunto tra le bende della mummia. Opere delicatissime, raramente concesse in prestito: un’occasione unica per vederne riunito un nucleo così consistente.

Poche altre civiltà del passato hanno lasciato immagini così vivide di persone reali che possiamo ancora guardare negli occhi: il taglio della barba, gli orecchini portati ogni giorno, le rughe contate una per una. Ma quei volti che sembrano venire da un altrove remoto sono il frutto dell’incontro di due grandi civiltà. Anche la sede che ospita la mostra, il Museo dell'Ara Pacis, il monumento voluto da Augusto, rimanda alla Roma che aveva ormai intrecciato il proprio destino con quello dell'Egitto.

Questi volti prendono forma nell'Egitto entrato nell'orbita di Roma dopo la conquista augustea, una società cosmopolita nella quale tradizioni egizie, cultura greca e modelli romani si incontrano, si contaminano e si trasformano reciprocamente. In questo contesto, farsi ritrarre non significa soltanto conservare la propria immagine, ma affermare la propria identità, il proprio status e il posto occupato nella società. Da qui la scelta che governa ogni sala dell’esposizione: non isolare mai il volto dipinto, ma ricollocarlo nella fitta trama di immagini, oggetti e consuetudini da cui proviene. Nei volti dipinti, scolpiti o modellati con lo stucco, nei lunghi sudari di lino, cogliamo un’aria comune, nelle pettinature, nella foggia delle barbe, nei gioielli simili a quelli realmente trovati a Pompei ed Ercolano.

L'originalità di questi manufatti non risiede soltanto nella loro qualità espressiva, ma anche nella breve durata della tradizione che li ha prodotti. I ritratti del Fayum appartengono infatti a una stagione artistica intensa ma relativamente breve. Nella Roma antica il ritratto, prevalentemente scolpito nella pietra, era uno strumento di memoria e di riconoscimento sociale: dalle immagini degli antenati delle élite repubblicane alle molte forme di auto-rappresentazione dell’età imperiale, il suo uso si estende progressivamente a fasce sempre più ampie della società, fino a comprendere liberti e nuovi cittadini romani. Nell'Egitto romano diventa immagine dipinta, perde corporeità e guadagna, tramite il colore, una impressione di vita reale. È un uso destinato a durare poco: la produzione dei ritratti su tavola si concentra tra il I e il III secolo d.C., per poi progressivamente esaurirsi.

Quasi 50 di quei capolavori dipinti duemila anni fa sono in mostra a Roma e l'eccezionalità del progetto romano si misura su due nuclei di prestiti. Per la prima volta l'Egitto concede la quasi totalità delle tavole del Fayum conservate nelle proprie collezioni, mai uscite dai musei egiziani, e con esse il cosiddetto Tondo dei Due Fratelli, uno dei massimi capolavori della pittura antica, restaurato in Egitto da restauratori italiani nell'ambito del progetto della mostra.

Dal Museo del Louvre arrivano ventitré opere tra tavole e rarissimi sudari dipinti di lino, compresi quelli, eccezionali per conservazione, provenienti da Antinoe (Antinopolis).

Accanto a questi prestiti straordinari completano il percorso la sontuosa Isidora, il cui ritratto - oggi al Getty Museum - è così raffinato da aver dato il nome convenzionale al suo autore anonimo, il Maestro di Isidora; la splendida Eirene dal Landesmuseum Württemberg di Stoccarda, il cui nome compare sulla tavola insieme alla preghiera con cui i suoi cari affidano la sua anima a Osiride; i ritratti del Metropolitan e un volto giovanile mai esposto prima, appena riemerso dagli scavi della missione archeologica italiana in Egitto della Università del Salento.

Il percorso si apre con un prologo che mette una di fronte all'altra le due civiltà: da una parte la maschera funeraria tolemaica del Museo Barracco, un volto ancora lontano dalla fisionomia individuale, destinato a garantire l'accesso all'aldilà; dall'altra i ritratti in marmo dei Musei Capitolini e della Centrale Montemartini. Tra questi due poli si collocano, come anticipazione dell'incontro fra mondi diversi e promessa di ciò che il percorso rivela, i primi volti del Fayum, dal Cairo, dal Louvre e dal Metropolitan.

Seguono cinque sezioni.

La prima indaga le origini del bisogno di tramandare quei volti, attraverso il nucleo rarissimo di calchi dalla tomba dei Valerii sotto San Pietro, che documentano l’intero processo: dall'impronta presa sul viso del morto fino al marmo celebrativo.

La seconda rappresenta il punto di incontro tra le due tradizioni: nell'Egitto romano la maschera cede il posto alla tavola dipinta mentre il rito funerario mantiene la propria continuità. Il sarcofago con la mummia della bambina Giupra, dal Museo archeologico nazionale di Firenze, ricorda che quei ritratti accompagnavano e identificavano una persona reale.

La terza è la sala dei volti: decine di tavole del Fayum, ciascuna con un nome e una storia - Demos e la sua bambina, madre e figlia custodite nella stessa tomba, il fiero soldato della collezione dell’Eton College - messe a confronto con i ritratti scolpiti delle collezioni capitoline. Il percorso accoglie inoltre il confronto con i gioielli di Pompei ed Ercolano, che permettono di riconoscere nella realtà documentata dallo scavo alcuni degli ornamenti raffigurati nei dipinti.

La quarta sezione entra nella materia dei ritratti: encausto e tempera, i diversi tipi di legno lavorato in tavole dallo spessore millimetrico, i bordi tagliati per entrare nelle bende, il lino, lo stucco, il marmo.

La quinta si chiude con alcune delle ultime tavole dipinte, databili entro il III secolo d.C., e con i grandi preziosi sudari di Antinoe (Antinopolis), dove il volto funerario non scompare, ma si trasforma e la memoria del defunto continua così a trovare nuove forme.

Accessibilità

Con l’obiettivo di rendere i musei luoghi aperti a tutti e per tutti e nell’intento di favorire la più ampia partecipazione alla vita culturale della città, la Sovrintendenza Capitolina prosegue nel suo impegno di dotare anche le mostre temporanee di servizi che rispondano alle diverse esigenze di pubblico e cittadinanza, con differenti percorsi di accessibilità e un’attenzione all’accoglienza e all’inclusione.

La mostra è infatti progettata per essere accessibile grazie alla collaborazione con Rai Pubblica Utilità, con Fabio Fornasari, direttore artistico del Museo Tolomeo, con il Dipartimento Politiche sociali e Salute - Direzione Servizi alla Persona di Roma Capitale e con la Cooperativa Segni d’Integrazione Lazio.

Tutte le informazioni sulla > Pagina Accessibilità della mostra

Dal 5 novembre 2026 al 2 maggio 2027

Tutti i giorni 9.30-19.30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

24 e 31 dicembre 9.30-14.00 (ultimo ingresso ore 13.00)

Giorni di chiusura: 1° maggio e 25 dicembre

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